24 giugno 2010

Il riacutizzarsi delle tensioni in Medio Oriente

Sintesi della relazione del Rapporteur On.Piero Fassino all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa

Gaza, ancora una volta, si rivela essere uno dei nodi principali del conflitto palestinese. Dopo il ritiro unilaterale di Israele, Hamas, con un colpo di mano, ha preso il controllo del territorio contrapponendosi all’autorità di Abu Mazen. La situazione si é aggravata con il blocco istituito da Israele e Egitto dal 2007 e poi con l’operazione “Piombo Fuso”. E oggi, ancora una volta, Gaza é la causa di un altro conflitto.

I fatti sono noti.
Nella notte tra il 30 e il 31 maggio un commando israeliano ha condotto un raid contro la nave principale di una flottiglia di 6 navi organizzate da due organizzazioni pacifiste per forzare il blocco di Gaza e far giungere alla popolazione 10.000 tonnellate di merci. In quel momento la flottiglia si trovava in acque internazionali, ad alcune decine di miglia dalle coste della Turchia.

Nel corso del blizt si sono accesi scontri tra il commando e un gruppo di attivisti della nave. Il commando ha fatto ricorso al fuoco causando nove morti – tutti cittadini turchi - e molti feriti.

Questi eventi hanno suscitato una grande emozione in tutta la comunità internazionale.
Vi é stata una generale condanna sia perchè il raid é avvenuto in acque internazionali con una violazione del diritto internazionale e sia perchè il ricorso all’uso delle armi é apparso del tutto ingiustificato.

La condanna é stata unanime: del Segretario Generale dell’ONU, del Quartetto, dell’Unione Europea, della Lega Araba e dei suoi paesi, di tantissimi governi e anche del Consiglio d’Europa, attraverso parole chiare e severe sia del Presidente della nostra Assemblea, sia del Presidente del Comitato dei Ministri. Anche il Papa Benedetto XVI ha unito la sua voce.

In tutte le dichiarazioni, accanto alla condanna, sono state avanzate due richieste: una commissione internazionale di inchiesta, che in modo imparziale e trasparente accerti i fatti e le responsabilità; e la richiesta a Israele di mettere fine al blocco di Gaza.

La Commissione internazionale é stata anche richiesta, con un voto a larga maggioranza, dal Consiglio dell’ONU per i diritti dell’uomo. Il governo israeliano l’ha rifiutata, annunciando una propria commissione di indagine assistita da personalità internazionali. Noi ci rammarichiamo che il governo israeliano abbia rifiutato la commissione internazionale e da qui rinnoviamo questa richiesta. Al tempo stesso chiediamo che ai membri della Commissione, istituita dal governo israeliano, sia garantita piena indipendenza e libertà di indagine.

Ma la questione più critica riguarda Gaza. E’ urgente mettere fine al blocco, garantire l’accesso sia terrestre che marittimo alla Striscia, assicurare l’inoltro di tutto ciò che é necessario per una vita normale della popolazione e per lo sviluppo economico.
Il governo israeliano ha annunciato nei giorni scorsi un allentamento del blocco. E’ un primo passo positivo, ma noi chiediamo che si arrivi alla completa libertà di accesso.
Occorrono naturalmente misure di controllo per evitare l’introduzione di armi, contrastare traffici illeciti e impedire rischi per la sicurezza di Israele. Va in questa direzione la proposta dei Ministri degli Esteri di Francia, Italia e Spagna di affidare alla missione civile UE – già operante sul posto - il controllo di tutti gli accessi.

Naturalmente sulla crisi palestinese pesa la vicenda iraniana. E la comunità internazionale deve moltiplicare gli sforzi per convincere le autorità di Teheran a accettare una soluzione politica per evitare opzioni militari che sarebbero catastrofiche.

Questa crisi ha colpito direttamente la Turchia e noi auspichiamo che non venga meno il ruolo positivo svolto dal paese per la stabilità della regione.

Più in generale, questa crisi ci dice quanto é urgente arrivare ad una soluzione del conflitto israeliano-palestinese.
C’é un impegno particolare degli Stati Uniti che, da ultimo, per superare l’impasse, ha proposto colloqui indiretti di prossimità, mediati da Mitchell. Ed é importante che questi colloqui indiretti siano stati avviati, e che – nonostante la crisi – nè gli israeliani, nè i palestinesi, ne abbiano chiesto l’interruzione.
C’é un impegno forte della Lega Araba, il cui Segretario Generale ha visitato Gaza.
L’impegno americano deve sollecitare un impegno altrettanto forte anche del Quartetto e dell’UE, ricordando che l’Unione é il primo finanziatore dell’ANP e primo partner economico di Israele.

Ma naturalmente la ripresa di un percorso di dialogo richiede atti concreti e coerenti da parte di ciascuna delle parti in conflitto e la comunità internazionale deve incoraggiare e sollecitare le parti a compierli.
Servono atti coerenti di Israele: il definitivo superamento del blocco di Gaza; il blocco di nuovi insediamenti, anche a Gerusalemme est; la liberazione dei prigionieri politici palestinesi; e soprattutto la disponibilità a negoziare davvero con i palestinesi, senza porre precondizioni o pregiudiziali, come hanno sollecitato i tanti esponenti dell’ebraismo europeo che hanno sottoscritto l’”Appello alla ragione” (Jcall).
Allo stesso tempo servono atti da parte dei palestinesi: in particolare occorre che si superino le attuali divisioni e l’autorità di Abu Mazen sia riconosciuta da tutte le fazioni palestinesi, e soprattutto che Hamas capisca che deve riconoscere il diritto dello Stato di Israele a esistere, deve cessare il lancio di razzi e ogni atto violento e deve liberare Gilad Shalit. E sarebbe un passo positivo se Hamas accettasse il Piano Arabo di pace, fondato sul principio “due Stati per due popoli” e sul riconoscimento dello Stato di Israele.

C’è dunque una responsabilità grande della comunità internazionale. Anche il Consiglio d’Europa ha la responsabilità di agire, favorendo il rispetto dei diritti umani in quella regione e promuovendo, attraverso il Forum Tripartito, il dialogo parlamentare tra la nostra Assemblea, la Knesset e il Consiglio Legislativo Palestinese.

In conclusione: dobbiamo essere consapevoli che il tempo non lavora per la pace. Anzi, il passare degli anni, senza che mai si arrivi alla pace, suscita crescente frustrazione e sfiducia, in primo luogo nei giovani.
Per questo la priorità é rimettere in moto un percorso di dialogo perchè comunque c’é una sola pace possibile, fondata sulla costituzione di uno Stato palestinese indipendente accanto ad uno Stato di Israele sicuro e riconosciuto.