
Al tavolo di domani sulla Fiat vorrebbe ci fosse il ministro dello Sviluppo, non solo quello del Lavoro. Ma «il responsabile pro tempore», ovvero il presidente del Consiglio, «in questa fase mi sembra attratto da altre priorità, ad esempio le intercettazioni». Di certo il governo non può «continuare a fare il notaio», così come il sindacato non deve ripetere gli errori del 1980 e buttare tutto in politica. «Ognuna delle parti vada al tavolo per costruire una soluzione condivisa e non solo per piantare la bandierina delle proprie posizioni» dice Piero Fassino. Marchionne, il governo, i sindacati: ecco i tre protagonisti della partita Fiat a cui tutti guardano ora.
«All'ad della Fiat - sostiene Fassino - va certamente dato il merito di aver salvato l'azienda: senza il coraggio di fare l'accordo con la Chrysler, per dar vita ad un polo mondiale dell'auto, oggi la Fiat sarebbe a rischio e dovremmo parlare di chi la compra. Forse una certa rudezza di toni usati negli ultimi tempi dall'amministratore delegato della Fiat tradiscono il disagio proprio per questo mancato riconoscimento. Sia da parte del governo, il quale ha assistito passivo alle scelte Fiat senza fare nulla per accompagnarle, sia da parte dei sindacati, che non ne hanno colto fino in fondo la valenza strategica». Detto questo, a Marchionne Fassino chiede «di essere consapevole che senza l'Italia la Fiat sarebbe un'altra cosa». Ricorda che «la Fiat è nata a Torino e il T dell'acronimo vuol dire Torino», che «per quasi un secolo è stata la principale azienda privata italiana, uno dei simboli della crescita industriale di questo paese», e che «per lunghissimo periodo l'avvocato Agnelli è stato uno degli uomini simbolo del Paese nel mondo». «Tutto questo non si può azzerare».
Quindi, «ora è giusto chiedere che nei nuovi piani di investimento ci siano precise proposte per garantire che Torino e l'Italia continuino ad essere un polo produttivo essenziale in coerenza col progetto Fabbrica Italia», evitando di contrapporre Mirafiori alla Serbia o alla Polonia. Mentre non si può chiedere di agire solo e sempre agli enti locali, perché hanno già fatto tanto ed ora a causa dei tagli sono pure a corto di risorse. E' tempo che si muova anche il Governo, «che non deve essere il notaio passivo come è stato fino a qui».
«Ricordo, per inciso - aggiunge Fassino - che per salvare la Chrysler Obama è sceso in campo in prima persona. Anche in Italia bisouna mettere in campo una adeguata politica industriale: non servono tanto incentivi, che tra l'altro l'azienda nemmeno chiede, ma una politica su innovazione, ricerca e tecnologie. E in particolare, come suggerisce il Rettore del Politecnico, Torino deve diventare ancora di più il luogo dell'intelligenza dell'automotive, concentrando in questa città la progettazione dei modelli, la sperimentazione delle nuove tecnologie, le produzioni più sofisticate e l'innovazione costante di processo e di prodotto».
Ultimo protagonista il sindacato. «E' giusto che si preoccupi di tutelare i lavoratori ed i loro diritti, ma nel fare il proprio mestiere il sindacato non può essere insensibile al futuro della Fiat. L'azienda deve continuare a vivere bene, perché in caso contrario i primi a rimetterci sono i lavoratori». Certo, il caso Pomigliano pesa. E Fassino lo paragona per certi versi alle vicende del 1980, una storia che risale ai tempi della sua militanza nel Pci torinese e che lui conosce bene. «A Pomigliano rivedo alcuni atteggiamenti sindacali simili a quelli che hanno caratterizzato la lotta di trent'anni fa -racconta -. E cioè la tendenza ad interpretare in chiave politica ed ideologica le scelte dell'azienda: si dice Marchionne vuole mettere in riga il sindacato, oppure vuole fare un favore a Sacconi. Non è questo l'approccio utile. Se il problema di Pomigliano è l'efficienza e misure che ne alzino il livello della produttività, non si può liquidarle buttandola in politica». E soprattutto «non si può fare come nell'8O quando di fronte ad una ristrutturazione profonda di cui la fabbrica aveva assolutamente bisogno si diceva che la Fiat voleva punire il sindacato. Se la si mette così non se ne esce e si rinuncia ad affrontare i problemi dell'azienda e il suo futuro. Mentre è da qui che si deve partire»