IL CAOS PLANETARIO, L'EUROPA E NOI
Mai dalla fine della seconda guerra mondiale il mondo aveva vissuto un così esteso e dirompente terremoto degli equilibri internazionali: Ucraina, Medio Oriente, Groenlandia, Venezuela, Iran. Ognuno di questi luoghi è teatro di guerre e conflitti, come lo sono altre situazioni critiche, dal Sudan al Myanmar, su cui l'attenzione della comunità internazionale è colpevolmente assente.
Regista di questo gigantesco sommovimento è il Presidente Trump che fin dal suo insediamento ha messo in atto una costante destabilizzazione del sistema multilaterale di governance del pianeta. Ha iniziato varando una guerra commerciale sui dazi di importazione, ben presto estendendo la sua offensiva alle istituzioni internazionali con l'abbandono di fora - l'Unesco, l'OMS, gli Accordi di Parigi sul clima, la Commissione giuridica di Venezia e decine di altre organizzazioni internazionali - e delegittimando l'ONU attraverso la creazione di un "Board for peace", guidato dallo stesso Trump, con l'obiettivo di una assunzione diretta di dossier su cui da anni sono impegnate le Nazioni Unite.
Una strategia che non ha esitato a dissestare quell'alleanza transatlantica tra Europa e Nord America che da ottanta anni ha rappresentato l'unità dell'Occidente. La vicenda della Groenlandia ha reso plastica la ostilità del Presidente americano all'Europa, vista come un ostacolo a quella logica di potenza su cui è fondata la strategia trumpiana di equilibri internazionali affidati ai soli rapporti di forza e al cui centro colloca il rilancio di un'egemonia americana sul mondo.
È uno scenario che interroga l'Europa che non può più contare su quello che è stato fino ad oggi il suo storico alleato. Un'Europa chiamata a ridefinire il suo profilo politico e istituzionale mettendo in campo scelte - da una più alta integrazione economica e tecnologica ad una politica estera effettivamente comune e un sistema proprio di difesa e sicurezza - che gli consentano di essere un attore globale evitando il rischio di essere vaso di coccio tra vasi di bronzo. Va in questa direzione l'accordo UE-Mercosur (ne trovate in questa newsletter una lucida e dettagliata analisi) che in netta controtendenza alla strategia protezionista di Trump, rilancia una visione multilaterale e cooperativa degli equilibri mondiali.
Ma gli eventi in corso interrogano anche la politica italiana.
Interrogano il governo Meloni che - segnato da una preconcetta ostilità all'integrazione europea - fin dall'inizio ha scelto di avvallare ogni politica delle amministrazioni americane, facendone la fonte della propria legittimazione internazionale. Così finché gli Stati Uniti con Biden si sono schierati a difesa della integrità dell'Ucraina, il governo Meloni si è allineato a quella strategia. Non appena Trump ha assunto una postura assai più sensibile alle pretese di Putin, anche la Meloni sì è riposizionata, dichiarando che - a differenza di Francia, Germania e Spagna - l'Italia non parteciperà ad una forza europea di garanzia della libertà dell'Ucraina, scelta che certo non dispiace a Putin. È un atteggiamento subalterno alle politiche di Trump, manifestatosi anche di fronte alla crisi venezuelana e di fronte alla sfida trumpiana alla sovranità della Groenlandia. L'esito è una subalternità che priva l'Italia di qualsiasi ruolo, incrina la coesione europea e condanna il nostro Paese alla marginalità. Con buona pace delle esternazioni propagandistiche della Presidente del Consiglio.
Ma il sommovimento che scuote il mondo interroga anche le forze progressiste italiane che non si sono sottratte ad un doppio standard: mobilitate con forza - e non senza pericolosi slittamenti manichei - di fronte al dramma di Gaza, ma assai più incerte e timide di fronte alle crisi venezuelana e iraniana. Un'incertezza mossa dalla errata presunzione che una forte mobilitazione a fianco dei venezuelani o degli iraniani avalli le politiche interventiste di Trump. Ora, la giusta e fondata avversità alle politiche di Trump non può far venir meno il sostegno e l'attiva solidarietà a chi - in Venezuela, in Iran e in ogni luogo - combatte contro l'oppressione e per veder riconosciuti i propri diritti e la propria libertà. Anzi, quanto più la mobilitazione democratica e popolare a favore di quei popoli è forte e visibile, tanto più si evita che il destino di quei popoli sia affidato alle arbitrarie decisioni del Presidente degli Stati Uniti. E in ogni caso una sinistra coerente con la propria storia e i propri valori di liberazione non può che stare dalla parte di chi per quei valori si batte anche sacrificando la propria vita.
 

Piero Fassino
18 gennaio 2026