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UN PIEDE IN DUE SCARPE FA MALE ALL'ITALIA
I colpi di maglio con cui Trump da mesi scardina gli equilibri internazionali sta spingendo l'Europa a scegliere come riorganizzare se stessa e il suo ruolo. E nel dibattito tra i governi emergono due tesi alternative.
Da un lato puntare su un salto in avanti del processo di integrazione in tutte le politiche strategiche - dal mercato unico alla politica estera e di difesa, dalle politiche fiscali e di bilancio a agli investimenti nei settori tecnologici più avanzati - dando così all'Unione europea una soggettività unitaria che le consenta di parlare con una sola voce e agire con una sola mano. È la strada indicata dai Rapporti Draghi e Letta lungo la prospettiva di un'Europa federale. È una strategia che parte dalla consapevolezza che in un mondo globale segnato dal peso pervasivo di Stati Uniti e Cina e da un Global South che rivendica spazi per le sue molte economie emergenti, nessun Paese europeo ha la forza, da solo, di pesare in modo significativo. Un più alto e intenso livello di integrazione è la condizione ineludibile affinché l'Europa possa contare e far riconoscere i propri valori e i propri interessi. All'opposto vi è chi invece propone una riduzione dei livelli di integrazione fin qui realizzati, una rinazionalizzazione delle politiche a favore degli Stati e una destrutturazione dell'edificio europeo. Sono due strade di segno opposto. E bisogna scegliere quale imboccare. Anche sul futuro dell'Europa non si può tenere un piede in due scarpe. Ed è esattamente questa la contraddizione non risolta del governo Meloni. La presunta "scossa" che un asse italo-tedesco dovrebbe dare all'Europa è durata lo spazio di un mattino, minata da due diverse visioni di Berlino e Roma. Il Cancelliere Merz, pur sollecitando riforme all'Unione europea di oggi, colloca la Germania pienamente al centro del processo di integrazione, facendosi anzi promotore del suo rilancio e non esitando a sostenere il superamento dell'unanimità, le cooperazioni rafforzate e una forte difesa europea, scelte fin qui non assunte dall'Italia. E da Monaco esce rilanciata una intesa Berlino, Parigi, Londra sulla difesa - inclusa la possibile estensione europea dell'ombrello nucleare francese - in cui l'Italia non appare coinvolta. D'altra parte la Presidente Meloni non ha mai fatto mistero di non credere nell'Unione europea, non mancando ogni occasione per allontanare l'Italia dall'Europa. Sono i fatti a dirlo. È il governo italiano ad aver promosso una iniziativa per la messa in mora della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, pilastro essenziale per la tutela imparziale dei diritti dei cittadini. Sull'immigrazione è il governo di Roma che propone all'Europa il fallimentare e disumano modello albanese. È l'attuale Governo italiano ad aver messo la sordina al Trattato del Quirinale e alla cooperazione strategica con la Francia, paese verso cui la destra italiana ha avuto sempre una ingiustificata ostilità. Così, mentre sulla guerra russo-ucraina la Coalizione dei Volenterosi - alle cui riunioni l'Italia partecipa - si dice pronta a dispiegare una forza europea di stabilizzazione a garanzia di un accordo di pace, il governo italiano si affretta a dichiarare che non vi parteciperà (ricevendo il plauso di Mosca). E peraltro Roma non manca di cercare su ogni dossier europeo convergenze con i governi più euroscettici dell'est europeo. Anche il fatto che nel giorno in cui l'intera dirigenza europea si riuniva a Monaco di Baviera per discutere del futuro dell'Europa, la Presidente Meloni si sia rifugiata ad Addis Abeba in un summit solitario con i leader africani, è la riprova della scelta di Roma di segnare un visibile distanziamento dall'Europa. Una linea che - a dispetto dell'enfasi propagandistica di Palazzo Chigi sul ruolo dell'Italia - ha come esito una marginalità del nostro Paese e un indebolimento del suo ruolo e della sua affidabilità. D'altra parte se le parole contano, è un fatto che la Presidente Meloni rifiuti pervicacemente di pronunciare l'espressione Europa federale, preferendo evocare - sia pure a mezza voce - una "confederazione europea" che altro non sarebbe che una debole istituzione di puro coordinamento tra Stati senza alcuna politica comune, ancor di più aggravando le attuali debolezze europee e condannando l'Europa a essere vaso di coccio tra vasi di bronzo. Se a tutto questo si aggiunge la distanza tra la severa critica dei principali leader europei alla politica di Trump e l'acquiescenza di Palazzo Chigi alla Casa Bianca resa plasticamente evidente dalla partecipazione al Board for Peace promosso da Trump - anche in questo caso in assoluta distonia dalle altre principali capitali europee - emerge il quadro di un'Italia che, volendo fare da sola, si condanna alla irrilevanza, compromettendo seriamente il ruolo e gli interessi del Paese. Uno scenario che sollecita i partiti dell'opposizione a mettere in campo senza incertezze - a Roma e a Bruxelles - una forte azione per il rilancio dell'integrazione europea con un pieno e visibile sostegno dell'Italia.
Piero Fassino
19 febbraio 2026
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