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L'ARROGANZA NON PAGA. È TEMPO DI ALTERNATIVA
L'esito del referendum è netto e incontestabile. Le cifre parlano chiaro: il No prevale in 17 regioni su 20 e in tutti i capoluoghi di regione; una differenza percentuale a favore del NO di oltre 7 punti, ancora più ampia nel voto dei giovani; il ritorno al voto di elettori astensionisti con analoghe percentuali. Insomma una sonora bocciatura della riforma costituzionale proposta dal governo Meloni.
Naturalmente quando votano milioni di persone le ragioni del voto sono molteplici. C'è chi ha votato no perché contrario ai contenuti della riforma; o perché contrario alla modifica di ben 7 articoli della Costituzione; o perché irritato da una maggioranza che ha blindato un testo di riforma, rifiutando qualsiasi confronto; o perché preoccupato di una perdita di indipendenza della magistratura; o all'opposto perché preoccupato che, con la separazione delle carriere, crescesse ancora di più una autoreferenzialità incontrollata della magistratura inquirente. Ma hanno pesato anche altre ragioni, al di là del merito della riforma. Nel voto giovanile ha certo influito il rifiuto insensato del governo di riconoscere il voto agli universitari fuori sede. Per tanti elettori il voto è stata l'occasione per manifestare frustrazione e disagio di fronte all'assenza di politiche - dalla sanità alla casa - capaci di tutelare la quotidianità di vita. Per altri la supina vicinanza della Presidenza del Consiglio a Trump e alle sue avventure. Ma su queste e altre ragioni, una di ordine generale ha certamente pesato: il rifiuto dell'arroganza con cui la Presidente Meloni e la destra gestiscono il Paese. Un atteggiamento protervo, sfottente verso ogni diversa opinione, sordo a qualsiasi proposta in nome di una autosufficienza presuntuosa che i cittadini con il voto hanno seccamente sanzionato. Se una lezione la Meloni e la sua maggioranza dovrebbero trarre è che l'arroganza non paga. Non paga l'arroganza con cui la destra svilisce ad ogni piè sospinto l'Unione europea rappresentata come un vincolo o un rischio, quando invece è un'opportunità. Non paga l'arroganza con cui si governa a colpi di decreti e voti di fiducia su provvedimenti blindati e immodificabili, impedendo al Parlamento di svolgere la sua funzione legislativa. Non paga il modo protervo con cui si è piegata l'informazione pubblica a "voce del padrone". Non paga l'arroganza con cui si occupa ogni spazio pubblico - dalle authorities alle aziende statali alle istituzioni culturali - sulla base di una fedeltà di appartenenza e non di riconosciute capacità. Una arroganza tanto più rifiutata quando, dopo più di tre anni, è del tutto modesto il bilancio concreto dell'azione di governo improntato alla sola gestione della contingenza del momento, senza una visione e un progetto che dia al Paese certezze. È uno scenario che sollecita l'opposizione a un salto di qualità. Sempre nella condotta di un'opposizione c'è la denuncia delle incapacità di chi governa. E in questo anno l'opposizione lo ha fatto in modo via via più visibile. Ma un'opposizione non puo' esaurire la sua azione nell'essere "contro". È decisivo che alla denuncia si accompagni sempre il "per", avanzando progetti e proposte che rendano visibile e credibile la possibilità di una alternativa su cui ottenere la fiducia di una maggioranza di cittadini. Ed è questa la sfida da mettere in campo in questo anno e mezzo che manca alla conclusione della legislatura. Una sfida che sarà tanto più efficace se sarà capace di coinvolgere quanta più parte di società italiana. Il voto referendario ha dimostrato di quante energie e quanta disponibilità è ricca la società italiana. Aprirsi a loro - compresi quei tanti elettori che hanno votato Sí mossi da una sincera ansia di rigore - e renderli protagonisti di una rinascita del Paese: questo è l'opera, faticosa ma affascinante, a cui adesso bisogna dedicarsi con determinazione.
Piero Fassino
28 marzo 2026
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