IL NOSTRO FUTURO SI COSTRUISCE IN EUROPA
Fin dall'inizio del suo mandato Giorgia Meloni ha scelto un posizionamento internazionale poggiato su due gambe. In primis l'allineamento a Washington - prima con Biden, poi con Trump - ritenendo che l'ombrello americano al governo Meloni avrebbe garantito quella legittimazione internazionale che difficilmente avrebbe ottenuto da un'Europa diffidente verso le posizioni euroscettiche della destra italiana. L'altra scelta è stata la convergenza in Europa con i sovranismi nazionalistici - Orban in Ungheria, Vox in Spagna, il PIS polacco e altri - congelando i rapporti con le principali capitali europee, a partire da Parigi, nonostante il Trattato del Quirinale abbia delinato una partnership strategica tra Italia e Francia. A quelle scelte, la premier italiana ha sommato anche una convergenza, tattica e temporanea, con la presidente Van der Leyen a sua volta alla ricerca di consensi utili alla sua riconferma alla guida della Commissione europea. Gli eventi che si sono susseguiti nelle ultime settimane hanno fatto crollare quell'impalcatura. La netta sconfitta di Orban nelle elezioni ungheresi e le brutali espressioni con cui Trump ha scaricato la Meloni hanno messo a nudo l'isolamento della Presidente del Consiglio. Né il rapido tour nelle capitali del Golfo può riscattare quella marginalità. Per cui, con spregiudicatezza, Giorgia Meloni si è precipitata a Parigi cercando un ruolo al vertice promosso da Macron e Starmer per attivare una iniziativa europea nel drammatico scenario del Vicino Oriente. E per fugare sospetti di strumentalità non ha esitato a manifestare disponibilità a una piena partecipazione italiana alla missione navale europea nelle acque dello Stretto di Ormuz. Un precipitoso giro di valzer se solo si ricordi come la Presidente del Consiglio avesse escluso una partecipazione italiana ad una missione europea a garanzia di un accordo di pace tra Ucraina e Russia. Così come soltanto qualche settimana fa, mentre tutti i principali leader europei si riunivano a Monaco di Baviera per discutere di sicurezza, Giorgia Meloni si rifugiava ad Addis Abeba in un solitario vertice con una decina di Capi di Stato africani. Che la Presidente del Consiglio non abbia mai creduto nell'Europa é dimostrato non solo dai veementi discorsi antieuropei svolti negli anni dai banchi del suo gruppo parlamentare, ma anche da scelte ostative come il rifiuto del superamento del voto all'unanimità, l'opposizione al green deal, la richiesta di sospensione del Patto di stabilità, la rinazionalizzazione delle politiche europee. E non si può dimenticare che Meloni non solo é contraria a qualsiasi profilo federale dell'Unione europea, ma sostiene la sua sostituzione con una "confederazione europea" limitata a un ruolo di solo coordinamento tra gli Stati nazionali senza alcuna politica comune. La Presidente del Consiglio giustifica questa sua linea invocando la difesa degli "interessi nazionali". E lo fa quasi ossessivamente per accreditare che Lei quegli interessi li tutela mentre altri - segnatamente l'opposizione - li ignorerebbero. Non è così. Certo che ogni Paese ha degli interessi nazionali da tutelare. Ma la questione è dove e come li si tutela meglio. E oggi è l'Unione europea il luogo e lo spazio dove far vivere e far riconoscere gli interessi del proprio Paese. Basterebbe pensare a quanto siano nell'interesse dell'Italia - uno dei principali esportatori mondiali - gli Accordi di libero scambio sottoscritti dall'Unione europea con Giappone, Canada, Mercosul e altri Paesi. Meloni, al contrario, pensa di difendere gli interessi del Paese chiudendo l'Italia nei propri confini, quando fare da soli, rinchiudersi nel proprio giardino di casa, guardare con diffidenza e ostilità a ogni forma di integrazione europea vuol dire condannarsi alla marginalità e alla irrilevanza. In un mondo sempre più immerso in una dimensione globale, se ti fai più piccolo sarai solo più piccolo e meno capace di affermare i tuoi interessi. Per cui è del tutto legittimo chiedersi se la partecipazione al vertice di Parigi sia solo una mossa tattica per uscire dall'isolamento o l'effettiva, ancorché tardiva, scelta di assumere l'Europa come lo spazio, il luogo, la dimensione in cui costruire il futuro dell'Italia. Se Meloni assumesse questa seconda ipotesi l'Italia ne trarrebbe benefici in ogni campo. Se invece la scelta dovesse essere di coltivare una perniciosa solitudine, toccherà all'opposizione democratica contrastarla e battersi perché l'Italia rimanga pienamente e con determinazione nell'Unione europea e contribuisca a fare dell'Europa un attore globale.
 

Piero Fassino
19 aprile 2026