NON BASTA DURARE AL GOVERNO SE NON SI GARANTISCONO CRESCITA ED EQUITÀ
La Presidente del Consiglio e la sua maggioranza vantano la durata dell'esecutivo, pregustando la possibilità di tagliare il traguardo del governo più longevo della storia della Repubblica. Ora, la persistenza dello stesso governo nel tempo è certamente cosa utile, offrendo uno scenario di medio periodo che consente a persone, famiglie, imprese di compiere le proprie scelte con maggiore certezza.
Tuttavia, durare è importante a patto che un tempo di stabilità consenta di realizzare obiettivi concreti di sviluppo e di progresso.
Ebbene il bilancio di tre anni e mezzo del governo Meloni è assai poco lusinghiero.
Intanto l'Italia continua a crescere molto poco, con un incremento del PIL di poco superiore allo 0%. Senza l'iniezione delle risorse europee di Next Generation EU - 400 miliardi di euro! - oggi l'Italia sarebbe già in una grave recessione. Con il 2026 quei fondi saranno tutti esauriti e fino ad oggi il governo non ha detto con quali risorse intende sostenere lo sviluppo del Paese.
A fronte di questo basso sviluppo, il governo esibisce la riduzione dei tassi di disoccupazione per accreditare un buon stato di salute dell'economia italiana. Ma basta osservare le dinamiche demografiche per capire che la minore disoccupazione deriva dal fatto che ci sono almeno 600.000 posti di lavoro vacanti per insufficienza di mano d'opera. E in ogni caso la riduzione della disoccupazione non è espressione di aumento della produzione industriale che da tre anni conosce stagnazione.
Una delle conseguenze più vistose della assenza di crescita sono i bassi livelli salariali della gran parte dei lavoratori italiani, con conseguente riduzione di capacità di spesa di famiglie e persone. Mentre in tutti i principali Paesi europei i livelli salariali sono cresciuti significativamente, non così in Italia dove si è ancora molto sotto i livelli preCovid.
Conseguenza della bassa crescita è l'aumento ulteriore del debito pubblico che ci vede essere il secondo paese europeo - prima di noi solo la Grecia - per alto indebitamento, sforando il tetto previsto dalle regole europee ed esponendo il nostro Paese ad una procedura europea di infrazione.
Una delle criticità acute di oggi è la pesante impennata dei prezzi energetici conseguenza delle guerre mediorientali. Per l'Italia il costo è assai più pesante che per altri Paesi perché noi dipendiamo in misura molto superiore dalle fonti fossili (gas, petrolio e derivati). E questo perché è mancata in questi anni la volontà di investire massicciamente in fonti rinnovabili. Secondo Confindustria ci sono 4000 richieste di autorizzazione per impianti di energia rinnovabile in attesa da mesi delle autorizzazioni necessarie. Anziché affrontare questo nodo il Governo ha chiesto a Bruxelles la possibilità di derogare al patto di stabilità. Richiesta accolta ma a una precisa e inderogabile condizione: che la maggiore spesa sia finalizzata a investimenti e non a sussidi. In altri termini Bruxelles ci dice: con la maggiore spesa fate gli investimenti nella riconversione energetica che non avete fatto finora.
Non è un mistero che il sistema sanitario continui a versare in una condizione critica. La maggiore spesa vantata dal governo in realtà sarà in massima parte assorbita dagli aumenti contrattuali - fermi da tempo - dei dipendenti della sanità, mentre manca totalmente qualsiasi strategia di riorganizzazione del sistema sanitario, la cui efficacia e efficienza non può essere risolta solo con un continuo aumento di risorse.
Paradossale è poi la condizione fiscale del Paese: la promessa della destra di ridurre le tasse è del tutto smentita da un prelievo fiscale ulteriormente aumentato toccando quota 44% del reddito nazionale, con forte penalizzazione dei redditi di famiglie e imprese.
Nonostante queste maggiori entrate, la legge di bilancio ha inferto molti tagli alla spesa sociale e alle risorse a disposizione degli enti locali, tagli che si riversano pesantemente su servizi essenziali per i cittadini.
Un'altra bandiera ampiamente sventolata dal governo è la presunta capacità di regolare l'immigrazione, enfatizzando la "soluzione albanese" che si è per ora tradotta nella costosa costruzione in Albania di una struttura di contenimento per una ventina di clandestini (sic!) mentre gli sbarchi a Lampedusa e sulle coste siciliane proseguono quotidianamente, nonostante il numero complessivo degli sbarchi sulle coste europee sia diminuito.
Anche sul fronte europeo e internazionale il bilancio è assai meno luminoso di quel che l'attivismo propagandistico dell'On. Meloni vorrebbe far credere.
Fin dal primo giorno del suo mandato la Presidente del Consiglio ha scelto di mettersi sotto l'ombrello protettivo di Washington, congelando i rapporti con i Paesi fondatori dell'Unione europea e, anzi, ponendosi a capo del fronte sovranista ed euroscettico. Una scelta che via via si è sfarinata: Trump non ha esitato a scaricare l'Italia come l'intera Europa; la sconfitta dei nazionalisti del PIS in Polonia e di Orban in Ungheria hanno inferto un duro colpo al sovranismo antieuropeo. L'esito è un isolamento internazionale che non sarà colmato dai "Partenariati strategici" - pur significativi - con l'Azerbajgian o con la Corea. Anzi, muoversi da soli, prescindendo dall'Europa, non farà altro che accrescere la diffidenza verso un'Italia che invece di concorrere a un'Europa forte e coesa, pretende di affermare un protagonismo tanto solitario, quanto velleitario. E le ambiguità che percorrono la maggioranza di governo - si pensi al filoputinismo di Salvini sulla vicenda ucraina - non fanno che accrescere l'immagine di inaffidabilità dell'Italia danneggiandone ruolo e interessi.
Insomma: non basta davvero stare a lungo al governo, se l'esito della sua azione non offre all'Italia e agli italiani più opportunità e più certezze.
Uno scenario che sollecita a sua volta l'opposizione ad un salto di qualità, affiancando alla giusta e doverosa denuncia delle inadempienze del governo, un programma fondato su proposte credibili in cui i cittadini possano vedere raccolte le loro aspettative. Ed è questo il compito a cui ci si deve dedicare con determinazione in vista delle elezioni del 2027.
 

Piero Fassino
13 giugno 2026